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martedì, 06 ottobre 2009

Makira

Makira aveva quasi settant'anni e l'aria lieve di chi ha vissuto una vita in una città di mare. La conobbi inaspettatamente durante un tedioso volo intercontinentale da Dubai a Città del Capo, dopo che lei venne spostata in business class all'ultimo momento. Occupò il sedile con una tale grazia che non me ne accorsi nemmeno, assorto com'ero a guardare fuori dal finestrino, finché non sentii il suo profumo. Non saprei descriverlo, e di certo l'avevo mai sentito prima, ma ricordo distintamente che fu una sensazione che si insinuò velocemente, ma senza prepotenza. Mentre osservavo rapito gli altri aerei (uno spettacolo che non manca mai di affascinarmi) il suo profumo mi dipinse il suo volto a tratti così vividi che nemmeno sussultai quando, girando la testa, la vidi lì. Mi sorrise, e ancora oggi sono convinto che sapesse esattamente cosa era appena successo. Iniziammo a parlare come se avessimo lasciato a metà una conversazione precedente.
Aveva i tratti da afrikaaner e il suo accento in inglese tradiva anche qualche anno passato in Inghilterra; mi parlò fittamente dell'apartheid e delle guerre di potere che stanno devastando il suo paese con una rassegnata calma che aveva dell'eroico. Non c'era tristezza nella sua voce, non c'era rassegnazione, non c'era nulla che potesse ispirare pietà. "Io ho visto" mi disse. Non c'era bisogno di dire altro. 

Poco prima dell'atterraggio scarabocchiò il suo nome e numero su un cartoncino bianco. Non l'ho mai richiamata, ma il cartoncino è saldamente custodito nel mio taccuino. Così sia.
postato da: IanMalcolm alle ore 15:02 | link | commenti
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martedì, 27 gennaio 2009

Valentina

Valentina. Giornalista freelance, ha forse ventotto anni e questa notte mi fa compagnia in uno sperduto aeroporto del nord Italia, mentre io attendo una lunga coincidenza per un altrettanto sperduto paesino danese; è arrivata con il mio stesso volo da Roma, e domattina proseguirà per Londra.
Lavora per “Il Giornale” (“ma non sono Berlusconiana”), e la fa incazzare dover passare il suo tempo a correggere articoli di “gente di cinquant’anni che non sa neanche dove mettere le virgole”. Ogni tanto appare qualche sua riga nella rubrica “Cultura e Teatro”, e la cosa la rende felice: originaria di Catania, ha studiato lettere prima in Italia e poi a Paris2. Ama molto le lettere e le arti, abbastanza da immolare la sua vita finora alle parole e alla danza. Tra i molti caffè e una deludente focaccia allo stracchino, troviamo il tempo di scoprire passioni comuni e di imbarcarci in una discussione sul fauvisme e sugli avanguardisti russi.
La notte è implacabile, così, dopo un lungo e fallimentare tentativo di dormire sulle orribili poltrone della sala d’attesa, apre lo zaino beige e ne estrae con stupefacente agilità una copia di “Gioia”. “Questa tizia è una stronza”, commenta con un tono che esige una risposta, mentre scorre l’articolo di una sua collega che evidentemente non ritiene degna del posto che occupa. “Perché io sono quella che a undici anni si è fatta regalare la macchina da scrivere”.

Dopo l’ennesimo caffè, ma prima dell’alba, mi segue nella lugubre esplorazione dell’aeroporto ancora deserto, che la porta a scoprire una specie di divano.
“Cos’è questo, un lettone? Beh, io adesso mi distendo un momentino...”
“Sta bene. Io torno al bar: non partire senza passare a salutarmi.”
Naturalmente non l’ho più vista.
postato da: IanMalcolm alle ore 10:46 | link | commenti
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mercoledì, 03 dicembre 2008

Fuga a due voci

Ci sono stati due incontri, simili per struttura e luogo; hanno coinvolto un inglese e un irlandese che non si incontreranno mai: li accumuna, ma questo loro non lo sanno, l’amore per l’hokkah e il tè arabo, la presenza quasi contemporanea a Londra e il sottoscritto.

Ho sempre pensato che Londra sia una città molto più amichevole di quello che i pregiudizi sugli inglesi lasciano pensare. Conobbi l’irlandese in quello che ritengo essere il miglior bar di Soho, un locale arabo in Greek street, mentre sorseggiavo un superbo tè alla menta e fumavo hookah alla mela insieme al mio amico Joseph. Ci raccontò  del suo negozio di vestiti a Belfast e mi chiese se fossi tedesco.

L’inglese, invece, bazzicava un pessimo, ma economico locale in Edgware Road; il giorno prima, di ritorno dalla Giordania, era stato rapinato del suo iPhone e di quasi un migliaio di sterline. Ora un suo amico arabo gli stava dando una mano a rimettersi in sesto.  Aveva alle spalle  una storia intricata e irrimediabile di paesi e lavori, i capelli biondi disordinati e un accento inglese meravigliosamente pesante. Come tanti altri, entrambi hanno il mio biglietto da visita: senza fretta, aspetto.

postato da: IanMalcolm alle ore 23:05 | link | commenti (1)
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lunedì, 06 ottobre 2008

Rebecca

Non parlerò molto di lei, perché la nostra storia è stata talmente strana che non ho parole per descriverla.

Conobbi Rebecca molti anni fa, quando ancora masticavo il greco antico con piacere; non ricordo il frangente preciso, ma ricordo che ci mandavamo lettere in cui lei non mancava mai di citare Saffo, ricordo che andammo insieme ad una conferenza di Marco Lodoli e lei lo mise all’angolo con un’invettiva di cui ricordo ancora l’incipit: “Marco Lodoli non sa nulla.”, ricordo anche che i suoi genitori mi odiavano senza ragione.

Ebbene, non ricordo nemmeno le circostanze precise della fine della nostra amicizia, intensa e breve come il fuoco di un cerino; però posso datarla intorno alla quinta ginnasio, quando lei mi chiamò per prendere un tè e io rifiutai perché dovevo finire quello che (ancora non lo sapevo) sarebbe diventato il libro della mia vita.  Da allora l’unica notizia che ho avuto è che ha fatto dei commenti acidi su alcuni miei articoli.

 

L’ho rivista in metro a Parigi qualche tempo fa. Non sono molto bravo a riconoscere la gente, ma il suo volto è inconfondibile; l’accento ha fatto il resto.

Mi sono nascosto dietro il giornale, cercando di decidere se valesse la pena di rivolgerle la parola dopo tanti anni. Quando finalmente mi sono deciso a borbottarle un saluto studiatamente distratto, lei era già scesa.

 

postato da: IanMalcolm alle ore 02:21 | link | commenti (3)
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sabato, 04 ottobre 2008

Unknown

Non ricordo il suo nome. Non penso di averlo nemmeno mai saputo (io sono una di quelle persone che quando si presentano ascoltano solo il suono del proprio nome); di certo suonava turco, come qualche sfumatura del suo accento in inglese, pur dopo una trentina d’anni passati negli Stati Uniti (e sempre che la lingua che parlano in quel posto possa essere chiamata “inglese”). Non mi ricordo precisamente nemmeno cosa faceva; mi pare di ricordare che avesse a che fare con il cibo o con i tappeti.
Il destino (non esiste, il destino. Esiste il caso imperscrutabile e quelli che qualcuno chiamerebbe “le regole dell’inconscio”; uniti insieme, si chiamano vita) ci fece  incontrare su un volo da Amsterdam ad Atlanta.
Parlammo a lungo della matematica. Suo figlio, che ricorreva ossessivamente nelle sue frasi, studiava ingegneria e questo lo rendeva fiero solo come un padre può esserlo del figlio. Parlammo della sua vita, divisa tra Ankara ed Atlanta, lavoro e famiglia; mi raccontò di essersi trasferito negli Stati Uniti quando credeva ancora negli ideali. Era arrivato lì carico di speranze che, diversamente da molti altri, riteneva in qualche modo soddisfatte. Forse fare il commerciante di cibi o tappeti non era esattamente il suo sogno, ma l’eterogenesi dei fini ha dalla sua parte l’illimitato potere dell’a-posteriori: la linea di eventi che ti ha portato ad essere quello che sei è chiara ed intoccabile, è passata. Non esiste quel sottile e vitale filo d’incertezza che il futuro non fa mai a meno di riservarci.
Ci salutammo dopo le assurde e paranoiche pratiche burocratiche a cui bisogna sottoporsi per mettere piedi nel posto più assurdo e paranoico dell’occidente. Gli diedi il mio biglietto da visita.
I’ll have my son to write you an email soon.”
Non senza fiducia, sto ancora aspettando.
postato da: IanMalcolm alle ore 16:56 | link | commenti (2)
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giovedì, 19 giugno 2008

Ragazzi di vita

Avevano le mani sporche di sangue, il cappuccio alzato e lo sguardo duro; lo sguardo dei sedici, diciassette anni contro tutto e contro tutti.
Accasciati fieramente sugli
strapuntini di un qualunque bus notturno, proclamavano silenziosamente, e inconsapevolmente, il loro eroismo. (Perché sì, c’è qualcosa di sommessamente eroico nel girare Parigi alle tre di mattina con le mani sporche di sangue. È un eroismo metropolitano, confuso in mezzo a quello di milioni di altre vite, e questo lo rende ai miei occhi anche più affascinante delle trite gesta di Orlando, di Beowulf o dei lusitani.
Nessuno ne scrive. Nessuno si cura mai delle dame, dei cavalieri, delle armi o degli amori di questa quotidianità ruvida, polverosa ed epica: loro sono ragazzi, e pensano solo ad esserlo. Chi se ne frega se mi sporco la camicia, io voglio prendere a pugni quello stronzo; chi se ne frega di quello che devo fare domani, io esco; chi se ne frega di quello che penseranno di me, ho solo del sangue sulle mani. Chi se ne frega?)
Non so nulla di loro, come sempre, se non che erano nel night-bus prima di me e che ne sono scesi dalle parti di Place de l’Italie.
Tutto quello che ho saputo fare, per evitare che questo andasse perso, è stato rubare una foto in fretta e furia.
Non li rivedrò mai più, naturalmente.

postato da: IanMalcolm alle ore 21:12 | link | commenti (3)
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domenica, 04 maggio 2008

Concetta

Concetta mi narrò pennellate cariche della vita con quella cantilena che distingue un colombiano da qualunque altro sudamericano.

Il nostro fortuito incontro si deve all’intersezione di onestà (per una volta, la mia) e fretta (per una volta, non la mia). Come ogni lunedì mattina, la coda per fare il biglietto del treno è abnorme, convulsa e nervosa. Io ne sono parte, e Concetta, anche se ancora non lo sappiamo l’un l’altro, mi precede; mi precede con così tanta fretta, che dopo aver pagato, getta il portafogli nella borsa appoggiata a terra, senza accorgersi di averlo clamorosamente mancato; raccatta i biglietti e parte in quarta verso il binario.
Non mi affretto a correrle dietro: ha appena comprato un biglietto per la mia stessa destinazione. Esco, la vedo correre indietro verso la stazione le rendo portafogli, respiro e sorriso. Respiro e sorrido.
Dai ringraziamenti passiamo ai convenevoli e da questi ad una grata simpatia reciproca. Il suo parlare cadenzato mi dà il tempo di notarla vagamente soprappeso, ma non grassa; la maternità le aveva arrotondato i fianchi in quel modo tranquillizzante che, in fondo, ogni uomo ama.
Mi racconta dei suoi figli, quattro in tutto, tre maschi e una bambina. Mi racconta della difficoltà di avere due lavoretti a cento chilometri di distanza l’uno dall’altro, ma di essere contenta di poter tirare avanti. Mi racconta della sua terra, stuprata dal commercio di droga e dalla corruzione.  E’ in Italia da otto anni, dice, e quando è arrivata non sapeva altro che lo spagnolo e costruire libri tridimensionali col cartoncino leggero.
Quando le squilla il cellulare, è il mio pericolante spagnolo a vacillare sotto l’incedere di una raffica di parole, modi di dire e accenti che mi lascia stordito. Intuisce che capisco qua e la, ma sa anche che può sempre giocare in modo da farmi perdere la partita e il senso di quello che sta sbraitando alla sua amica. E così,  complice la crudeltà sottile e l’erotismo che c’è in ognuno di noi, gioca un po’ al gatto col topo e mi lascia intuire. Solo intuire, però. Guardare e non toccare.

Il passare imperturbabile del tempo ha l'inevitabile proprietà di appiattire i ricordi. Non c'è pià nulla tra il suo sguardo malizioso durante la telefonata, e la promessa di un caffè sulla pensilina.
Si è appiattito il ricordo di un bigliettino con il mio numero tra le sue mani, di quella felicità da poco, di chiacchiere e intensità. Ora è tutto nella mia testa, ripiegato; come in un libro.
Un libro a soffietto, come quelli di Concetta.

postato da: IanMalcolm alle ore 02:42 | link | commenti (4)
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giovedì, 07 febbraio 2008

Lorena

Scriverò di una donna che non ho mai conosciuto.
Lorena Scaccia è stata una famosa ed apprezzata insegnante di canto; incappai nel suo sito qualche anno fa, mentre mi informavo sulle tecniche del canto (il belting. Cos'è il belting?).
Date le giovani velleità di rockstar che covavo, fu immediato inserire il forum nei segnalibri e leggere, di tanto in tanto, il forum in cui lei scriveva. E' sempre stato un po' strano apprendere certe tecniche grazie a una persona che non mi aveva mai visto, né tantomeno sentito cantare.
Così, un giorno, armato del coraggio dell'asettica e-mail, le scrissi. Ho ritrovato oggi le tracce di questo breve scambio di battute: le chiesi di giudicare una mia canzone, lei si dichiarò felice e disponibile.
Il mio ego e la sua gentilezza mi obbligarono alla perfezione; cancellai quindi il file che avevo in mente di inviare e mi incaponii a registrarne una versione migliore, una versione perfetta.
Quel pomeriggio mi chiusi in studio e non ne cavai nulla di più di quanto avessi già fatto. I giorni successivi non mi diedero la rivoulzione sperata. Fliurono in settimane, mesi e infine abbandono.
Profeticamente, Lorena Scaccia è morta, troppo giovane, prima di ascoltare un brano che non registerò mai.
postato da: IanMalcolm alle ore 22:21 | link | commenti (4)
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venerdì, 25 gennaio 2008

Gi

Quel pomeriggio amai Gi.
Avrei amato qualcun altro il giorno dopo, lo avevo fatto il pomeriggio precedente, ma quel giorno di estate (chi può dirlo?) nella mia adolescenza sregolata amai solo Gi.
E' un ricordo che mi sbatte addosso con la violenza ormonale dei miei quindici anni esagerati, che sa di sudore acquoso e di una spensieratezza imperfetta, un ricordo di pomeriggi affannosi, baci rubati e frustrazioni.
La sua storia è inestricabilmente legata a quella di Nicola, di cui forse un giorno parlerò; per ora non serve sapere altro che fu questo comune amico a presentarci.
Rubammo quindi un pomeriggio alle nostre vite: mi venne a trovare in treno. Di quell'intera giornata ricordo solo tre momenti: Gi che fuma su una panchina dei giardinetti delle scuole medie, arrogante e sedicenne, mentre la maglietta lascia intravedere la pancia; io e Gi che ci baciamo, pochi metri più in la, potenzialmente davanti a tutti, ma praticamente di fronte a nessuno; io e Gi che ci baciamo nel bagno di una biblioteca che ora non esiste più.
Come tutto quello che precede il mio diciassettesimo, glorioso, compleanno, ho dimenticato praticamente tutto il resto. Ci sono delle email, che testimoniano conoscenze comuni e una strana accusa di cui non saprò mai né cause, né esiti: Gi morì l'anno dopo, di ritorno dalla discoteca.
postato da: IanMalcolm alle ore 22:40 | link | commenti (9)
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giovedì, 27 dicembre 2007

Unknown

Quindici anni. Il ginnasio. Sentirsi grandi.
Era forse carnevale o un'uscita qualunque; eravamo andati nella città, tutti da soli, a fare i deficienti come solo a quell'età è concesso. I ricordi sono come un mare sfocato da cui affiora un'isola di ossidiana, netta e nera, irregolare e ingiustificata.
Sedeva sola in una panchina un po' lontano, alla stazione degli autobus. Noi eravamo diversi metri più in là. al riparo fittizio di un neon asfittico. Quello che attrasse la mia attenzione, penso, furono le sue urla disperate al telefono; fui io ad avvicinarmi, ad offrire un fazzoletto, a chiedere cosa non andava.
E lei, forse trent'anni, forse pazza, forse no, mi rovesciò addosso il suo dramma umano: poteva essere un figlio o un debito, una sorella con cui parlai io stesso o una famiglia distrutta; sinceramente, non me lo ricordo.
Ricordo che passai un'ora cercando di tamponare l'emorragia di dolore che quella donna, così evidentemente sola, spurgava; ricordo che mi intromisi molto più di quello che avrei dovuto; ricordo che feci promesse che, in fondo, sapevo che non avrei mantenuto.
Tre giorni dopo la chiamai, mi disse che le cose si stavano appianando.

Fu l'ultima volta che la sentii, poi tutto mi scivolò addosso, oleoso come un dolore troppo grande per un ragazzo troppo piccolo.
postato da: IanMalcolm alle ore 02:38 | link | commenti (10)
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